Connessi ma soli: la solitudine dei social network
È il paradosso del nostro tempo. Chissà se realmente i fondatori dei social network immaginavano di creare tutto questo. Di essere i fautori del più grande strumento di condivisone e avvicinamento delle persone e allo stesso tempo, della più grande arma di frammentazione sociale.
È il paradosso del nostro tempo.
Chissà se realmente i fondatori dei social network immaginavano di creare tutto questo. Di essere i fautori del più grande strumento di condivisone e avvicinamento delle persone e allo stesso tempo, della più grande arma di frammentazione sociale.
Certo. Leggendo queste parole qualcuno potrebbe dire che si sta esagerando, che la parola distruzione forse è un po’ forte ma vanno analizzati i fatti, dati alla mano.
Dal sogno alla realtà
Cominciando con un po’ di storia, si può definire l’avvento dei social network già verso la fine degli anni 90.
SixDegrees è probabilmente un nome che non accenderà nessuna campanella a molti, eppure si tratta del primo social network della storia. Fondato nel 1997 da Andrew Weinreich, basava il concetto di “sociale” consentendo agli utenti iscritti, di creare liste di amici e di confrontarsi con quelle degli altri, per instaurare una interazione.
Se non ne avete mai sentito parlare, c’è un chiaro motivo. Forse troppo avanti per la sua epoca, lo strumento collassò sotto il peso del mondo non ancora “collegato” e lontano dalla realtà di internet come uso domestico.
Seguirono poi diversi tentativi di trasportare la realtà nel mondo web. Netlog (2004 - 2014), MySpace (2003-tutt’ora in funzione).
Poi, d’improvviso, quella che si può definire l’alba di una nuova era. Un giovane studente di Harward e un gruppo di collaboratori creano quello che senza nulla togliere agli altri, sarebbe diventato il più importante strumento multimediale del mondo social, del secolo. Facebook.
(la storia è raccontata nel libro “The Accidental Billionaires” di Ben Mezrich e il film ad esso ispirato “The Social Network”).
Nato come “semplice” strumento per studenti universitari, si trasforma in piattaforma di massa, cambiando per sempre il modo di comunicare, dando nuovi significati a parole di gergo comune come “condividere” o “pubblicare”.
Il lato oscuro della connessione
I social network nascono con l’idea di aggregare le persone, da diverse parti del mondo e con diverse lingue, ma dietro a questo magico mondo si nasconde un terribile lato oscuro.
L’aumento esponenziale delle interazioni web ha causato il drastico decadimento di quelle personali.
Lo stare in gruppo e il confrontarsi sui più vari temi è diventato un evento raro dato che, anche trovarsi con gli amici, resta un’occasione scambiarsi contenuti social o crearne di nuovi.
Siamo arrivati al punto dove, quando non si parla sui social, si parla dei social citando sempre più contenuti condivisi o visualizzati.
Il potere invisibile: l’algoritmo
Da strumento di connessione, i social sono diventati ormai generatori di isolamento.
A guidare questa nuova transizione non è solo la nostra abitudine, ma anche un nemico invisibile: l’algoritmo. Nato con lo scopo di farci sentire “a casa”, questo conglomerato di informazioni mirate, oggi decide chi o che cosa è degno della nostra attenzione. Arriva addirittura a manipolare i nostri interessi, spingerci a scegliere la via del web piuttosto che la vita sociale, decidere perfino chi è “degno” della nostra amicizia e chi no.
In questo modo, diventa la benzina che alimenta il motore dell’isolamento, trasformando la connessione in dipendenza.
Ma come siamo arrivati al paradosso sopracitato?
Il prezzo da pagare
Gli esempi sono sotto i nostri occhi nella vita quotidiana. L’impatto sulla salute mentale delle persone è sempre più forte, dal semplice malumore per il commento a un nostro post, fatto da qualcuno che nemmeno si è mai visto, alle tragiche situazioni di sempre più giovani e non, che si tolgono la vita vittime del cyberbullismo.
Campagne su campagne sono state lanciate per prevenire questi ultimi casi (Social Warning, “Mollalo la campagna 5x1000”) ma tutti sappiamo quanto sia difficile evitarli.
Si basti pensare, che secondo l’OMS (organizzazione mondiale della sanità) sono circa 3.500 ragazzi tra i 15 e i 30 anni che commettono atti suicidi e riportano come causa principale di questo gesto, proprio i social media.
A livello globale, stiamo parlando di cifre che vanno tra i 40.000 e i 50.000 adolescenti tra i 15 e i 19 anni. (Unicef 2023).
Un adolescente su tre è vittima di violenza social e questo aumenta il rischio di isolamento, stati di ansia che possono poi arrivare a portare al gesto più estremo.
Un ritorno alla vera condivisone
Il bullismo esiste dall’alba della storia umana o anche in natura, quando il predatore più grosso prende il sopravvento sul più piccolo rubandogli la preda e sicuramente leggendo questo tratto, in molti ricorderanno eventi dell’infanzia non del tutto piacevoli. Ma come sono stati superati?
La risposta a questa domanda è piuttosto semplice.
Gli amici e i familiari che ci circondavano era i nostri psicologi, le pacche sulle spalle e gli abbracci sinceri erano i nostri ansiolitici. La condivisione, ancora riferita con il suo vecchio significato, era la nostra cura.
Sono proprio queste le cose che mancano alla società di oggi.
Quel meraviglioso universo fatto di contatto umano, chiacchiere, risate, litigate.
Semplici interazioni che si stanno perdendo dietro a una tastiera e l’incerto inganno di uno schermo digitale.
Chiaramente questa non è una campagna contro lo strumento social media.
Si basti pensare che l’avvento delle infrastrutture di condivisone contenuti ha portato alla creazione di milioni, se non miliardi di opportunità lavorative come “Social Media Manager” che sta assumendo un ruolo sempre più fondamentale, nella public relation di ogni azienda.
Blogger, Youtuber, grafici, autori, e tante tante altre.
Quindi resta una domanda, come reagire a tutto questo?
Per quanto ci si possa spremere le meningi, risulta difficile trovare un semplice vaccino a questo “virus”, ma si possono prendere misure cautelari.
Magari sedersi a un tavolo con gli amici o i parenti per mangiare e bere qualcosa, sforzandoci di non posizionare il telefono sul tavolo ancora prima di essersi seduti.
Anche soltanto godersi un tramonto senza necessità di doverlo per forza condividere è un piccolo gesto che può fare la differenza.
Fornire più empatia alle persone, non riducendosi un semplice “like” a un suo post.
Sono tutte piccole accoratezze che l’attuale generazione dovrà sforzarsi di applicare per insegnare a quella futura a non finire vittima di un sistema che, seppur per scopo differente come quello di fare ascolti, ci è stato mostrato attraverso contenuti video e audio quanto può essere pericoloso. Per citarne un esempio la serie tv Black Mirror episodio “caduta libera”, dove il mondo è mosso da un solo e unico giudice, la reputazione social.
In sostanza non sappiamo cosa ci riserva il futuro, non possiamo capire se il mondo proverà a rallentare e a dare il giusto peso a questo strumento, ma di una cosa possiamo essere certi: la tecnologia non è il nemico, ma il modo in cui la usiamo può trasformare la connessione in solitudine.
La vera connessione non passa da uno schermo, ma da uno sguardo e una parola sincera.